Qualche giorno fa ho mandato una e-mail formale (anche troppo) a Substack per far valere il mio diritto di opposizione ai sensi dell’articolo 21 del GDPR contro la scansione dei miei contenuti da parte di Pangram, il rilevatore di testi generati dall’Intelligenza Artificiale recentemente introdotto dalla piattaforma. È stato un piccolo gesto, niente di trascendentale. Eppure, subito dopo aver verificato nella posta inviata che la mia e-mail fosse stata regolarmente recapitata, per la prima volta in vita mia, mi sono sentito protetto da una normativa che di solito viene raccontata come una inutile zavorra di cui liberarsi.
Il GDPR, si sa, ha una pessima reputazione fuori dai confini europei. Troppo rigido, troppo lento, un vero ostacolo all’innovazione, la burocrazia che frena le aziende mentre altrove si corre veloci. L’ho pensato anch’io, più di una volta, davanti a un banner sui cookie o a un interminabile modulo di consenso. Poi mi sono trovato difronte a un bivio: accettare passivamente che un algoritmo di terze parti attribuisse una percentuale di autenticità ai miei pezzi, oppure scrivere un’e-mail citando un articolo di legge. Ho scelto la seconda strada, e in quel preciso istante ho finalmente capito qual è la differenza tra una norma scritta sulla carta e un diritto che puoi davvero esercitare.
Se mi leggete con continuità, già saprete che ho dedicato molti articoli a questo argomento. Substack ha integrato Pangram per arginare quella che il suo fondatore ha definito la deriva verso i contenuti spazzatura, lo stesso destino toccato a LinkedIn (anche se in forma diversa), sommerso da post scritti con il pilota automatico. L’intenzione, sulla carta, potrebbe anche avere un senso. E il metodo a lasciarmi perplesso: uno strumento esterno scandaglia ogni post, ogni nota, ogni commento sopra le cento parole, e restituisce un verdetto in percentuale, senza contraddittorio e senza possibilità di appello.
Ho letto di persone che hanno fatto scansionare testi scritti quindici anni fa, prima ancora che esistesse la scrittura assistita per come la conosciamo oggi, e si sono viste assegnare un punteggio a dir poco impietoso. Quando il sospetto diventa infrastruttura, smette di avere bisogno di essere fondato. E per chi, come me, vive di scrittura, quel numero percentuale non è solo un vezzo statistico da bacheca, ma incide sulla mia reputazione professionale, sulla fiducia di un editor o di un cliente che valuta se affidarmi un pezzo o un incarico, diventa un elemento silenzioso in un giudizio che magari non prevede neppure una lettura completa del testo, ma si ferma a guardare il punteggio.
È qui che il GDPR smette di essere un modulo da compilare e diventa una leva. L’articolo 21 stabilisce che chi tratta i tuoi dati sulla base di un presunto interesse legittimo deve fermarsi, se ti opponi, a meno che non dimostri motivi cogenti che prevalgono sui tuoi diritti. Scansionare un testo pubblico per etichettarlo è trattamento di dati personali, e farlo di default, senza chiedere, è precisamente il comportamento che la normativa è nata per arginare. Ho citato l’articolo di legge nell’e-mail e la risposta è arrivata in pochi giorni: richiesta accolta, proprio come era già successo ad altri autori europei che avevano fatto la stessa identica cosa prima di me.
Provate a immaginare la stessa scena dall’altra parte dell’Oceano, dove Substack ha sede e dove la maggioranza dei suoi utenti scrive senza alcun equivalente normativo a cui appellarsi. Lì l’unica arma contro questa prevaricazione resta la pressione pubblica, magari una e-mail che diventa virale, la speranza che qualcuno del team risponda per buona volontà o per timore che tutto questo si trasformi in un caso mediatico. In Europa quella possibilità si fonda su una base giuridica che prescinde dalla buona volontà di chi gestisce la piattaforma.
Per fortuna, lo scanner - almeno sul mio account - è stato disattivato, le etichette esistenti rimosse, e chi ora dovesse provare a controllare un mio vecchio post, vedrebbe comparire un messaggio che segnala che la rilevazione non è più disponibile. Il fatto che Substack avesse già lo strumento per farlo, e lo abbia attivato solo su richiesta esplicita e motivata per legge, ci dice molto su quale sia il comportamento di default che l’azienda considera accettabile finché nessuno protesta. La differenza tra chi può opporsi e chi, invece, non può farlo è sostanziale, e si misura meglio quando tocca da vicino il proprio lavoro: parlo del diritto a non essere profilato mentre scrivo.
La cultura del sospetto che si è insediata ultimamente intorno alla scrittura resta il vero bersaglio della mia insofferenza, più di Substack stesso, che in fondo ha risposto a una domanda reale con uno strumento maldestro nei tempi e nel metodo. Quella cultura coinvolge piattaforme e lettori insieme. Da mesi, vedo persone controllare il punteggio prima ancora di leggere un pezzo, come se quel numero raccontasse qualcosa sul valore di ciò che stanno per leggere. Un testo onesto e uno furbo possono ottenere lo stesso punteggio. Un pezzo scritto a mano da una persona stanca, ripetitiva, prevedibile, può somigliare statisticamente a un output artificiale più di quanto vorremmo ammettere. Il rilevatore misura la somiglianza a un pattern statistico, punto. La qualità resta un giudizio che spetta solo a chi legge.
Scrivo da anni con un metodo che non nascondo a nessuno: uso strumenti di Intelligenza Artificiale alla stregua di un correttore esperto, li controllo, li correggo, li scarto quando serve. Quello che ho scritto nero su bianco a Substack è di avere il diritto di essere letto fino in fondo, senza che un semaforo automatico decida al posto del lettore se vale la pena continuare. Il GDPR mi ha dato lo strumento per chiederlo in maniera formale, con una legge alle spalle, invece che con una inutile supplica. Fuori dall’EU, questa possibilità resta impraticabile, se non in qualche rarissima eccezione. Chi liquida superficialmente i diritti digitali europei come una zavorra burocratica di cui liberarsi il prima possibile, dovrebbe fermarsi un attimo a pensare.






Ben fatto. (Ti leggo fino in fondo)
Ottimo suggerimento. Lo faccio subito anche io