Scrivere con l’AI
Delegare la logica per ritrovare l’anima: perché oggi scrivere con l'AI ci sfida a cercare la nostra verità oltre la perfezione degli algoritmi.
Scrivere è sempre stato un atto solitario, un corpo a corpo silenzioso con quel rettangolo bianco che ti fissa dal monitor. È un esercizio di scavo: butti giù parole sperando di trovarci dentro un senso, o almeno un’emozione che non suoni falsa. Eppure, se mi guardo indietro, a come scrivevo solo due o tre anni fa, mi sembra di osservare un’era geologica diversa. Oggi, la domanda non è più “se“ l’Intelligenza Artificiale debba entrare nel processo creativo, ma “come“ lo stia trasformando in qualcosa di profondamente nuovo.
Siamo passati dalla fase del “trucchetto magico“ - quella in cui chiedevi ad una chat di scriverti un paragrafo e ricevevi qualcosa di corretto ma senz’anima - ad una vera e propria “co-creazione strutturale”. Ed è qui che le cose si fanno interessanti, e forse un po’ vertiginose.
Ricordate il 2023? L’AI era come un pappagallo molto istruito. Gli davi un input, lui ricombinava statisticamente delle probabilità e ti restituiva una risposta. Funzionava per le e-mail di lavoro o per riassumere testi noiosi, ma per la narrativa? Per un articolo che volesse davvero dire qualcosa? Era un disastro di ripetizioni e cliché.
Oggi, le innovazioni più recenti hanno spostato l’asse. Non parliamo più di modelli che “generano testo“, ma di sistemi che comprendono la “coerenza a lungo raggio”. Gli strumenti attuali sono capaci di tenere traccia di un sottotesto psicologico per centinaia di pagine, di mantenere la “voce“ di un personaggio senza farla scivolare nel generico e, soprattutto, di non allucinare ogni tre paragrafi. Ma la vera svolta non è tecnica, è metodologica. È l’idea che l’AI non debba essere il “ghostwriter“, ma l’architetto che ti tiene ferma la scala mentre tu dipingi il soffitto.
In questo panorama, Google ha lanciato qualcosa che sta facendo discutere parecchio nei caffè (reali e virtuali) dei sognatori e dei professionisti della parola: ”Fabula”.
A differenza dei modelli generalisti a cui siamo abituati, Fabula nasce da una filosofia diversa, quella che i ricercatori chiamano “iterazione convergente“. Non è un tasto “scrivi per me“, ma piuttosto un editor di alto livello che ha letto tutto ciò che è mai stato scritto sulla struttura narrativa e siede accanto a te.
La cosa che più mi ha colpito di Fabula è il modo in cui è stata costruita. È stata forgiata attraverso il feedback di decine di autori esperti. Il risultato è un tool che non ti impone una direzione, ma ti aiuta a organizzare il caos. Hai un’idea vaga per un romanzo? Fabula non lo scrive al posto tuo. Ti aiuta a mappare i fili della trama, a identificare i buchi logici e, soprattutto, a sfidare le tue stesse scelte. È come avere un partner per il brainstorming che non si stanca mai e che possiede una memoria di ferro per ogni dettaglio che hai inserito tre capitoli prima.
Il concetto di “convergenza“ è la chiave: il sistema ti guida affinché le tue idee si affinino naturalmente, anziché esplodere in mille direzioni inconcludenti. È uno strumento che rispetta le regole classiche della narrazione - l’arco dell’eroe, il ritmo del conflitto - ma lascia a te, l’umano, il compito di infonderci quel “guizzo“ imprevedibile che rende grande una storia.
Spesso mi chiedo: se un algoritmo mi suggerisce che il mio protagonista dovrebbe essere più vulnerabile in una determinata scena, e io accetto il consiglio, quella vulnerabilità resta ancora mia?
È una domanda profonda, lo so. Però, a pensarci bene, non è molto diverso da ciò che accade quando un bravo editor umano ti dice: “Guarda, qui il personaggio non sta funzionando“. La differenza sta nella velocità e nella disponibilità. Fabula e gli altri tool moderni hanno democratizzato l’accesso alla qualità editoriale.
La scrittura assistita non è più una scorciatoia per i pigri, ma una palestra per chi vuole andare più a fondo. Paradossalmente, delegando all’AI la gestione della coerenza logica o della struttura dei tempi, noi scrittori siamo liberi di concentrarci sulla parte più difficile: l’autenticità. L’Intelligenza Artificiale sa cos’è una metafora, ma non sa cosa si prova a sentire l’odore della pioggia sull’asfalto caldo dopo un addio. Quello resta il nostro territorio sacro.
Non sono un tecno-ottimista cieco. So che c’è il rischio di un appiattimento stilistico se ci lasciamo cullare troppo dai suggerimenti “corretti“ di sistemi come Fabula. Il rischio è di scrivere testi che piacciono a tutti, ma non emozionano nessuno.
Tuttavia, ci vedo anche un’opportunità straordinaria. Questi strumenti stanno abbattendo la barriera della “pagina bianca“ che ha bloccato generazioni di talenti. Stanno permettendo a chi ha storie incredibili, ma non possiede la tecnica accademica, di vederle realizzate.
Scrivere con l’AI (ma solo nei termini di cui vi ho parlato) oggi mi fa sentire un po’ come un regista. Ho un cast di suggerimenti, un direttore della fotografia che gestisce la coerenza visiva ed un assistente alla sceneggiatura (il nostro Fabula) che mi ricorda che il protagonista non può aprire una porta che ho chiuso a chiave dieci pagine prima. Ma il “ciak“, quello lo do ancora io. E la visione finale, con tutte le sue splendide, umane imperfezioni, appartiene a me.
Forse, il vero successo di questi nuovi tool non sarà quello di sostituirci, ma di renderci scrittori più consapevoli. Perché alla fine, la tecnologia può anche darci la penna migliore del mondo, ma il coraggio di scrivere la verità dobbiamo trovarlo noi, da qualche parte tra il cuore e la pancia.




Riflessione molto interessante 👏🏻